Menu principale:

Video Cinema Verona


Vai ai contenuti

Testi

Nella Bella Verona

C:\GoogleDrive\DVD\Nella Bella Verona\cop dvdBellaVerona2010OK.jpg
Error File Open Error

Attraversando la bella Verona
di Sabrina Pedretti

Sembra di stare davanti ad un quadro d’indicibile bellezza, e le parole sono quelle di una carezzevole poesia. No, non è un film, è il documentario di Video Cinema:
Nella bella Verona.
Lo riproponiamo a grande richiesta. Per l’occasione, siamo andati a trovare l’autrice Anna Lerario… Ciò che riportiamo è uno stralcio di quel che n’è uscito: un discorso che attraversa la
suanuova strada
Come mai la scelta del genere ‘documentario’?
E’ partito tutto dall’incontro con Daniela Campagnola. Da allora ho realizzato diversi documentari su importanti interventi di restauro a Verona e a Roma. Automatico è stato poi rivolgermi alle Aziende di Promozione Turistica e anche qui c’è stato un incontro importante: con Loris Danielli, amministratore unico di Provincia di Verona Turismo. Era già nei suoi pensieri l’idea di puntare su qualcosa di nuovo che non fosse un “prodotto” semplicemente turistico, ma che rimanesse nel tempo. Da qui, appunto, l’inizio di questa strada nuova…
In che senso strada nuova?
Nuova nel senso che a Verona non esisteva un dvd sulla città che avesse un taglio storico-culturale e che non si esaurisse in un mero elenco di monumenti. E strada nuova anche nel senso che ci sarà un seguito, con un documentario che avrà per soggetto il legame fra il mito di Giulietta e Romeo e la città di Verona... Per finire nuova anche per lo stile…
Appunto! E’ impossibile che la “freschezza”, la novità del suo genere, non ci colga come una piacevole sorpresa.
Lo stile deriva dalla mia esperienza di regista cinematografica: da qui, appunto, la tendenza a trasformare qualsiasi materia in racconto; e dalla convinzione che il documentario può e deve avere l’appeal del cinema per avvicinare tutti ai grandi temi dell’umanità, altro che il tedio e l’indolenza di buona parte dei documentari italiani…
Niente a che vedere con le sensazioni dello spettatore davanti a Nella bella Verona... Tutt'altro che soporifero!
Il documentario “vecchio stampo” non cambia mai ritmo e utilizza musiche neutrali, che diventano come il brusio costante di un’autostrada. Il rapporto fra musica, testo e immagini è cruciale in questo senso e fonda la forza della struttura di un’opera audiovisiva. E’ una questione anche di rigore: se dico qualcosa, lo devo mostrare, il testo si deve aggrappare all’immagine e viceversa.
E a quale spettatore si rivolge Nella bella Verona?
E’ rivolto a tutti, altrimenti il documentario non avrebbe senso per me.
Tornando allo stile… il testo: sembra proprio di ascoltare una poesia
Scrivo il testo solo dopo aver sviscerato l’argomento. Devo essere arrivata fino in fondo, devo toccare con mano. E’ come ‘rendere’ un’opera d’arte attraverso il linguaggio audiovisivo: non ti avvicini mai abbastanza. Ma quando sei arrivata al massimo dettaglio, sei entrata nel suo spirito.
E il cinema?
Il cinema è sempre presente nella cura della fotografia (ho valorizzato con effetti chiaroscurali gli interni delle chiese, sì da metterne in risalto il senso della storia), nel respiro dell’opera e, perché no, in stralci di fiction che compaiono qua e là –naturalmente ben riconoscibili e non confusi con il registro documentaristico-. Ad esempio nel mio prossimo documentario, Giulietta e Romeo. Verona per sempre: la città del mito, compare la scena finale della tragedia di Shakespeare, girata proprio alla tomba di Giulietta, per la prima volta nella storia set cinematografico.


1) Verona romana

"Qui: dentro la curva del fiume, costruiremo la città.. e da qui... l'ammireremo".
E da allora, da quando i romani decisero di trasformare la strategica colonia in una vera e propria città, chi è venuto su questo colle: senatori, imperatori, re barbari, signori medievali, artisti rinascimentali, generali francesi e austriaci, non ha potuto far altro. Non è un caso che quasi tutti i protagonisti della storia europea costruirono qui i loro castelli: da questo colle Verona poteva essere controllata perfettamente, ma soprattutto .. ammirata, guardata, contemplata.
Con i due ponti: Postumio e della Pietra, che conducevano simmetricamente alle entrate del teatro, i romani fecero del colle di San Pietro l’ideale fondale scenografico della città. Una chiara visione d'insieme dunque, un progetto urbanistico unitario e grandioso: oramai Verona, attraversata dalla via Postumia, asse trasversale della pianura padana, sfoggia la crucialità della sua posizione geografica per i piani militari e commerciali della capitale. Nel I secolo a.C. il villaggio di celti e veneti insediatosi sulla riva sinistra dell'Adige, si estende oltre il fiume per diventare un modello di città romana....
Templi ed edifici pubblici circondavano il foro rettangolare: l'attuale piazza Erbe. Questa cartina mostra un respiro oggi insospettabile: la piazza era più grande, al Capitolium, principale luogo di culto situato su una terrazza artificiale nella zona di Palazzo Maffei, si accedeva da una maestosa scalinata, ogni edificio aveva il giusto spazio attorno a sé ed era circondato da ariosi e monumentali porticati... è proprio difficile immaginare il volto più antico della piazza ore che le serrate e mosse case medievali l'hanno così ridimensionata.. ma se guardiamo dall'alto riusciamo a scorgere il tracciato originario: piazza Erbe si rivela generata da due vie principali: il decumano massimo, appunto la via Postumia, oggi corso Cavour e corso porta Borsari, ed il cardine massimo, oggi via Leoni e via Cappello. Parallele a queste vie le prime mura romane chiudevano la città suddivisa da strade perpendicolari in perfetti isolati quadrati.
Sulle due strade più importanti, in corrispondenza delle mura, si trovavano le porte, in parte sopravvissute: ecco Porta dei Borsari, in origine Porta Iovia, per la vicinanza al tempio di Giove lustrale (i cui resti giacciono nel giardino del cimitero monumentale); ne rimane solo la facciata esterna, rivestimento di età Claudia (metà primo secolo d.C.) del primitivo corpo tardo repubblicano (metà 1 sec.a.C). Alla sua sinistra le mura proseguivano fino al fiume ed alla sua destra fino ad incontrare quelle provenenienti dall'altra porta: la Porta dei Leoni. Quello che ne resta è la metà sinistra della parte rivolta verso la città; essa mostra chiaramente le due fasi storiche in cui furono edificate le porte: separate da un'intercapedine vediamo la facciata più antica, più sobria, costruita principalmente in cotto, e quella più tarda, in pietra bianca locale, raffinata nelle ricche decorazioni. Esaltata dalla colonnina tortile, colpisce la slanciata esedra dell'ultimo piano che in origine doveva contenere statue.
Se consideriamo la loro struttura simmetrica, la scansione delle superfici da parte di lesene e finestre inquadrate da timpani e semicolonne, e se osserviamo la finezza delle decorazioni, forse riusciamo a mettere un po' più a fuoco l'aspetto della città nel periodo di poco posteriore all'anno zero. Queste ricostruzioni poi, insieme agli scavi di via Cappello ci rivelano che si trattava di veri e propri castelletti con corte interna e due torri lateralia 16 lati.
L'Arco dei Gavi, sempre del 1 secolo d.C., è simile alle porte per dettaglio e per impianto, ma appare più pomposo per l'importanza del basamento, lo slancio del fornite 4apertura ad arco, la decisione del coronamento, e l'accentuazione dei volumi. Esso infatti serviva a glorificare la famiglia che donò alla città un aquedotto. In origine sulla via Postumia fu smantellato dai francesi nel 1805, ma ricostruito fedelmente grazie ai rilievi di Palladio e collocato poco distante, in fianco a Castelvecchio. Interessante notare che nel punto in cui si trovava l'antica strada era ben più larga, un' autentica autostrada dell'antichità: misurava addirittura 16 metri.
Il sistema difensivo romano continuava otre l'ansa del fiume con due porte che fiancheggiavano il teatro; di quella di destra sono stati trovati i resti in corrispondenza dell'antico odeon, edificio adibito a spettacoli musicali, che completava architettonicamente il complesso del teatro romano verso est (questi gradini piazzetta Martiri della Libertà introducevano all'ingresso di sinistra...). Non è sicuro invece che le mura continuassero sul colle, già difeso da barriere -naturali. Nel 265 l'imperatore Gallieno minacciato dai barbari, ricalcò la prima cinta romana e l'allargò per comprendere l'Arena. I resti di queste mura si trovano appunto dietro l'anfiteatro: la parte bassa è quella realizzata dall'imperatore, quella alta dal re dei Goti Teodorico, che, 3 secoli più tardi, rifece la cinta muraria di Verona smantellando proprio parte dell'Arena. E' anche per interventi umani dunque che l'anello esterno del tempio della lirica oggi è ridotto alla famosa ala. Ma nonostante questo, nonostante terremoti, incendi e inondazioni, l'Arena è sopravvissuta a due millenni di storia restando uno dei più grandi anfiteatri d'Italia, quello meglio conservato, e, soprattutto, l'unico che non ha mai cessato di vivere: ha ospitato lotte di gladiatori e di belve, esecuzioni pubbliche medievali (tristemente nota è quella voluta da Alberto I della Scala, primo signore di Verona, che qui bruciò duecento eretici) ma anche spettacoli grandiosi come giostre e tornei, esibizioni circensi e sportive, per arrivare ai concerti e alle opere liriche per cui oggi è famosa in tutto il mondo: 2000 anni: 2000 anni di eventi, feste, spettacoli a cui hanno assistito milioni di persone -come un semplice calcolo ci suggerisce se si pensa che la capienza dell'Arena arriva fino a 20.000 persone.-- 2,000 anni: contadini analfabeti, sacerdoti e senatori, soldati di ventura, ricchi mercanti, balie, prostitute, madonne e cavalieri, borghesi del '900, adolescenti rockettari: 2.000 anni e la sua storia non è ancora finita...
L'aspetto dell'Arena, in cotto e pietra calcarea bianca e rosata, così semplice e massiccio, ricorda Ponte Pietra. Anche se rimaneggiato in epoca scaligera e ricostruito dopo la guerra del '45, il ponte più antico della città conserva la forma e le pietre originali. Esso ci conduce allo splendido teatro, scoperto solamente nel secolo scorso sotto strati di case ammassate le une alle altre. Ora ha un aspetto romantico, con il fiume spumeggiante sullo sfondo, i ruderi smarriti fra la vegetazione mediterranea, ma se proviamo ad unire i tasselli vediamo quanto doveva apparire diverso in origine. Questi muri radiali sostenevano le gradinate laterali che non potevano poggiare sulla collina, la loro altezza corrisponde a quella del terzo ordine di gradinate: quello mancante (la cavea che oggi vediamo ne comprende solo due). Queste che erano le entrate laterali erano coperte perché la cavea era saldata all'edificio scenico, di cui resta solo parte del fronte della scena, una sorta di facciata di palazzo aristocratico con tre porte da cui uscivano ed entravano gli attori. Si trattava perciò di un edificio chiuso con la facciata sul fiume alta tre piani scanditi da colonne, finestre e nicchie che dovevano ospitare statue e ornamenti di rara raffinatezza. Ma se perlustriamo l'interno, scopriamo che la faccenda non finisce qui...: insomma c'era la cavea, sopra la cavea una doppia loggia, sopra la loggia una terrazza profonda, oggi quasi completamente occupata da un ex-convento, sopra questa terrazza una più stretta, e sopra quest'ultima, un'altra ancora. A parte un maestoso tempio che sorgeva proprio qui, al posto di Castel san Pietro, a coronamento del complesso, tutte queste opere che saldarono e integrarono il teatro al colle sono leggibili ancora oggi. Insieme all'impressionante intercapedine che isolava il teatro dalla collina, esse ci rivelano come l'intento dei romani fu quello di trasformare un intero colle in un enorme struttura architettonica....
Questo è quanto c'è di più eclatante. In realtà la città è disseminata di vestigia romane, costeggiate quotidianamente dagli ignari cittadini (questa colonna tortile presso un negozio in corso Porta Borsari sosteneva l'Arco di Giove Ammone), e nasconde sottoterra podi di templi, fondazioni di porticati ed edifici pubblici, pavimenti di ville… Ecco i mosaici sotto il cortile del tribunale, uno degli scavi archeologici più interessanti d'Italia, dove, come in un viaggio nel tempo, convivono fianco a fianco i segni di almeno quattro epoche storiche dall'età romana a quella degli scaligeri.
Ma molto è ancora nascosto: come qui, ai piedi del colle sacro, dove Peter Hudson, responsabile delle principali ricerche archeologiche della città degli ultimi anni, si aspetta di trovare i resti della IV porta di Verona... qui, dove reperti parlano di un'età precedente a quella romana, qui, dove, trapelato solo dal vibrante spettacolo di soavi colori di uno dei lungofiume più belli del mondo, con ogni probabilità, si cela il mistero dell'origine della città.


2) Verona sacra
Parlare di Verona sacra significa parlare soprattutto di Verona romanica. E di un romanico tutto particolare: le massicce facciate delle più belle chiese veronesi esprimono sì sobrietà, ma anche qualcosa di tenero e dolce: superato l’anno mille, la riverenza per il sacro diventa voglia di abbandonarsi alla fede come pietre al sole: la luce dorata che scalda e incanta è la serenità ritrovata dopo secoli bui di barbariche ferocie, razzie e distruzioni.
Anche l’altra caratteristica del romanico veronese, l’alternarsi di fasce di tufo e di mattoni esprime serenità; ma lo fa in un’accezione diversa: la vivacità di questo motivo cromatico induce allegria e intimità, ci parla di una divinità che ci è vicina e ci sorride come il santo più amato: l’ottavo vescovo di Verona, il vescovo moro pescatore e protettore dalle acque del fiume: S.Zeno.
Parlare di Verona sacra significa però tornare sempre a Roma, e poi, gradatamente ripercorrere le successive fasi storiche. Ecco Santo Stefano: proprio qui sorgeva ai tempi romani un tempio dedicato ad Iside e Se rapide, versione greca dell’egiziano Osiride; lo testimoniano le colonne in granito grigio della cripta, probabilmente di Assuan e le tante le iscrizioni dedicate agli dei greco-egiziani trovate nella zona. Da Iside a Santo Stefano, proprio come a Bologna, Roma e a Philae, in Egitto. Da tempio pagano a chiesa cristiana. Nel V secolo essa era costituita da un'unica aula preceduta da un porticato; questo muro perimetrale risale a quel periodo. Le navate si costruiscono nel settimo secolo,: eccone i pilastri originali. La complessità della storia di Santo Stefano è dimostrata da questi archi murati ma soprattutto dalla zona absidale: questi affreschi di gusto bizantino, forse antecedenti all’anno mille, sprofondano verso la cripta; l’ambulacro attorno all’altare, così rialzato, coi suoi capitelli millenari, le volte a crociera, movimentate ulteriormente da sapienti pennellate di epoche successive, offre un percorso emozionante. Questa galleria ha una gemella nella cripta nascosta da un affresco in trompe l’oeil che sembra suggerire ironicamente proprio ciò che copre: un colonnato che circonda l’altare.
La facciata, sobria e modesta, è di epoca romanica: siamo nel 1100, anzi con maggior precisione dopovenne dopo il 1117, l’anno terribile in cui un furioso terremoto distrusse gran parte della città. La chiesa venne allungata verso ovest, come si nota dalla differenza delle murature all’interno, inglobando il porticato distrutto.
In questo periodo quasi tutte le chiese veronesi conoscono un ingrandimento generale, perché è tempo di ricostruire, perché i fedeli sono di più, sempre di più e perché la chiesa è sempre più potente.
Anche San Giovanni in Valle viene innalzata ed allungata nel 1120 (la facciata primitiva si allineava col muro del chiostro). Ecco perché questa sensazione di eccessiva lunghezza. Ma nonostante ciò, nonostante il tentativo di renderla più imponente, tutto ci induce a cercarne il cuore, ad andare laggiù, nelle profondità del mistero, dove secoli di riti e preghiere hanno creato un magnetismo spirituale, un’energia calma e ascetica... Ecco la cripta… ed ecco ciò che custodisce: due splendidi sarcofagi del III e del IV secolo appartenenti ad un cimitero cristiano sorto qui sulle basi di un tempio dedicato al culto del sole…
La semplicità della facciata, la grazia del chiostro (un tempo coperto), con le colonnine dai capitelli smussati, la luminosità sovrannaturale del tufo locale, il vecchio respiro della casa canonica, raro esempio di architettura civile romanica veronese, corrispondono al senso di soave e serena spiritualità dell’interno.
Ma anche l’esterno ha le sue insospettabili raffinatezze: il fregio che corre sotto il tetto dell’abside principale è di una finezza squisita.
Attraversiamo Ponte Pietra per raggiungere un’altra zona sacra della città: la zona dove sorge il il Duomo. Questa zona comprende a prima vista 3 chiese: S.Elena, il Duomo, appunto, e S.Giovanni in Fonte, tutte romaniche. In realtà, come si intuisce guardando gli scavi sotto la chiesa di S.Elena (e come testimoniano i sermoni di San Zeno), le chiese presenti qui sono almeno 5!! Il mosaico sopravvissuto delimita l’area presbiteriale completata da un abside ben leggibile: si tratta di una chiesa del IV secolo, disegnata in nero su questa pianta; quella in giallo è invece una chiesa edificatata tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, più grande, i cui resti si trovano oltre la chiesa di S.Elena, sotto il chiostro canonicale: ecco i mosaici, vari capitelli e pezzi delle colonne che la suddividevano in navate. Questa misteriosa anticamera fra la cattedrale e Sant’Elena, luogo d’incrocio spaziale e temporale fra tanti edifici sacri, rivela la complessità archeologica della zona.
Probabilmente anche il Duomo ha una storia altrettanto lunga e articolata. Di sicuro una storia che va oltre il Medioevo: la chiesa romanica, costruita a partire dal 1120, è visibile solo nella parte bassa di perimetro e facciata (si notino questi princìpi di archetti dove anticamente finiva la chiesa), l’innalzamento è cinquecentesco e le lunghe finestre sono gotiche.
L’originale perfezione dell’armonia romanica la possiamo ammirare nella parte absidale: nel gioco di masse fra la rotondità dell’abside e lo sporgere della ‘cuba maior’, la campata prossima ad essa, valorizzato dall’eleganza dei materiali. Il ricco fregio ci riporta invece alle decorazioni della facciata. I ricami di pietra rosa (il famoso ‘rosso veronese’) e la ricca strombatura del portale le conferiscono una regalità modesta e un po’ magica tutta medievale.
L’interno conferma l’intervento rinascimentale: nel 1440 la chiesa si arricchì di cappelle le cui coloratissime architetture dipinte dilatano ulteriormente uno spazio già ampliato dalle campate gotiche. Siamo in uno spazio diverso, più libero, non più gravato dal peso delle corpose campate romaniche. Questa sensazione è data anche dalle scanalature delle colonne, fasci di nervi trattenuti da nastri fioriti prima di aprirsi verso la’alto in uno slancio festoso.
Dal duomo si accede al battistero di San Giovanni in Fonte, dove non si può non ammirare la vasca battesimale del Duecento: le figure dei bassorilievi hanno lineamenti particolari, con ampie fronti e labbra carnose, e movimenti eleganti sottolineati dalle pieghe delle vesti.
La semplicità dello stile mostrato dalle mura e dalle piccole finestre di queste chiese legate al Duomo è evidente nella deliziosa chiesetta di. S.Maria Antica, piccola ma importante per il suo legame con la signoria scaligera: la pietra chiara, uniforme, l’essenzialità quasi rozza dei capitelli, si uniscono per darci quasi il senso di una grotta, la più antica, più primitiva forma di spazio sacro.
In una grotta, racconta la leggenda, si erano rifugiate Teuteria, una nobile inglese e Tosca, sorella del vescovo Procolo, per condurre una vita da eremite: ad esse è dedicata una chiesetta le cui mura in laterizio e ciotoli, la cui pianta a croce greca, le cui volte a botte, ci portano ai tempi dei primi cristiani.
La chiesetta di S.Teuteria e Tosca fu allungata e saldata alla chiesa dei SS.Apostoli, romanica nel fianco, nel campanile e nella parte bassa della facciata. Ma anch’essa mostra segni antecedenti all’anno mille, come questo fregio longobardo che corre sotto il tetto, riconoscibile dal motivo a intreccio. Restiamo dunque in corso Cavour, la terza zona sacra della città. Quasi di fronte a queste due chiese c’è l’originalissima chiesa di S.Lorenzo. Le due torri che dissimulano le scale a chiocciola che conducono ai matronei ci rimandano al nordico delle abbazie normanne, mentre il pittoresco delle fasce alternate di bianco e rosso ci riporta alla ‘simpatia’ veronese. Anche l’interno combina queste due anime in una soluzione che è una festa per gli occhi: il piano dei matronei, lungo quanto tutta la chiesa, l’alternanza fra i pilastri cruciformi che arrivano fino al tetto e le colonne che sostengono le prime campate creano una spazialità seducente ed un gioco ritmico più movimentato.
Lo spirito nordico in realtà è presente in quasi tutte le chiese romaniche veronesi tanto da essere una delle componenti della loro originalità: esso si esprime da una parte nel verticalismo di lesene e semicolonne, presenti su quasi tutte le facciate e le absidi, dall’altra nelle decorazioni basate su figure umane ed animali di grande vigore espressivo. E questo non può che portarci alla chiesa che rappresenta il vertice dell’architettura romanica veronese e non solo: la grande basilica di san Zeno.
Sorta sulle rovine di più chiese in una zona cimiteriale romana, essa esprime tutto il gusto veronese per il colore: gli elementi architettonici appena aggettanti creano giochi più cromatici che plastici: le loro ombre infatti disegnano linee sottili sulla pietra già ricca di sfumature. I fianchi conservano il motivo delle fasce alternate, forse anche per incrementare il senso della lunghezza della chiesa. Qui finiva la chiesa originaria, allungata verso ovest nel tardo 1200.
Tutta la parte bassa della facciata è una vera bibbia figurativa, a partire dalle 48 formelle in bronzo tanto care ai veronese per la loro immediatezza espressiva. Qui San Zeno estorce il demonio dalla figlia di Gallieno, questa è la danza di Salomè e qui vediamo due volte la testa di Giovanni Battista nella stessa formella: è all’opera il forte istinto narrativo e dinamico dell’arte medievale.
Ma ora entriamo. I tre livelli della chiesa inducono reverenza: il presbiterio è in alto, protetto dai dodici apostoli con Gesù, aspre figure di chiara ispirazione germanica, molto diversa dalla flessuosità latina; la cripta è in basso, nel cuore della chiesa. L’ariosità dell’atrio non è ancora l’ariosità gotica: la materia è ancora la protagonista. L’alternanza di pilastri cruciformi con le colonne è ancora tratto romanico, mentre il verticalismo della volta absidale ci porta verso lo slancio gotico. Altri elementi gotici della chiesa di san Zeno si possono osservare nel chiostro, realizzato in buona parte in cotto e con due lati con archi a sesto acuto.
Non si può parlare di S.Zeno senza mostrare il suo maggior tesoro: il trittico del Mantenga. Si tratta di opera insigne del Rinascimento, che stimolò in modo decisivo la pittura locale. Ne ammiriamo la resa plastica dei volumi, l’uso perfetto della prospettiva e del colore in funzione realistica: siamo ormai lontanissimi dai piatti fondi aurei bizantini e lontani dai fiabeschi paesaggi gotici che incorniciano le scene più belle della chiesa che stiamo per vedere..
In fondo a corso Cavour, presentata da quinte d’eccezione, chiude degnamente la via sacra romana, la grandiosa chiesa di S.Anastasia, edificata dai domenicani su una chiesa esistente almeno dal IX secolo. Se la parte superiore rimase incompiuta, la parte inferiore da’ un’idea dell’ambizione originaria. La zona absidale conserva il gusto cromatico veronese soprattutto nella parte alta: elementi architettonici dipinti di rosso contrastavano con altri dipinti di bianco ad essi alternati. Ma dobbiamo dimenticarci del dorato del tufo, dei grossi conci di pietra chiara e morbida che racchiudono frammenti marini e che segnano il legame delle antiche chiese con la natura: siamo nel gotico, siamo nella libertà gioiosa dell’espressione della fede, siamo noi che possiamo andare verso Dio.
Ecco le lesene più profonde, che cambiano l’effetto volumetrico dell’abside, ecco gli archetti gotici, più slanciati, ecco le lunghe finestre e le alte campate con gli archi a sesto acuto e con le volte a costoloni: più leggere sia fisicamente che visivamente, esse sembrano sostenersi da sole.
Del periodo gotico sono alcuni famosissimi affreschi che insieme ad altre opere d’arte fanno della chiesa di S.Anastasia un vero e proprio museo; primo fra tutti il “S.Giorgio e la principessa” di Pisanello. L’artista veronese è il principale rappresentante dell’arte cortese scaligera: il suo mondo, perfettamente reso qui, è un mondo idealizzato di dame lunari ed angelici cavalieri pronti ad uccidere il mostro, su uno sfondo di fiabesche architetture gotiche come quelle che incorniciano quest’altro affresco della cappella Cavalli: si tratta di un’opera di Altichiero, pittore anch’esso operante alla corte degli scaligeri.
Il nostro percorso termina con S.Fermo, chiesa che conferma l’importanza degli ordini monastici al tempo degli Scaligeri. La chiesa inferiore conserva il sapore romanico datole dai Benedettini nella chiarezza generale e uniforme della pietra e nel gioco di luci e ombre dovuto alla selva di colonne. La chiesa superiore verrà stravolta con il passaggio, nel 1312, ai francescani, ordine più aperto e solare: le consuete tre navate spariscono per lasciare spazio ad un’unica ampia sala che gode della luce di tante finestre allungate: dal procedere lento, per tappe, indotto dalla suddivisione in campate della chiesa romanica, si passa alla voglia di correre come davanti ad un prato o ad una spiaggia. Il cambiamento è compiuto.
Dopo questa prima forte impressione vale la pena di scandagliare i particolari: la splendida capriata lignea a carena di nave, le figure sacre della cappella maggiore, immagini esemplari del Trecento veronese, l’Annunciazione di Pisanello sulla tomba Brenzoni. Interessante poi è il risultato del restauro della cappelletta a sinistra dell’altare maggiore: dipinti del ‘500 e del ‘600 erano incastonati in una superficie di marmi e stucchi che rivestiva una cappella trecentesca con affreschi in perfetto stato…Ma dove il gotico di esprime al meglio è nella parte absidale, con il coronamento slanciato, i vari archetti acuti, trilobati o misti: un delizioso gioco architettonico in bianco e rosso.
A questo punto osserviamo la facciata nella sua totalità: la forma a capanna non tradisce modestia, come per S.Stefano; è più alta e slanciata e questo slancio è esaltato dalla scalinata, dalla strombatura del bellissimo portale e dalla ricchezza di finestre e lesene. L’alternanza delle fasce di cotto e tufo, unico elemento orizzontale, trattiene la chiesa nell’ambito del romanico veronese, perché questo motivo è ormai inciso nel dna della città, tanto che persino gli austriaci, sei secoli dopo, vi ricorreranno per rendere più graziosi e accattivanti i loro edifici militari.


3) Verona comunale e scaligera
Osserviamo meglio il bassorilievo della lunetta del protiro di San Zeno: il santoconsegna la bandiera veronese ai milites, rappresentanti dei nobili, da una parte, e ai pedites, i fanti, rappresentanti della nuova classe mercantile, dall'altra; la scritta dice: "il vescovo da' al popolo la bandiera degna di essere difesa...": come a dire che la chiesa riconosce l'autonomia della città rispetto al potere imperiale.
E' l'avvento dell'era comunale.
La nuova classe sociale di mercanti, artigiani e imprenditori tessili si organizza in corporazioni. Sono queste a prendere le decisioni nelle assemblee del palazzo del comune. Costruito verso il 1190 in perfetto stile romanico esso si affaccia sulla 'Piazza grande’, l'antico foro che in quest'epoca perde definitivamente il lineare aspetto romano: la costruzione di numerose torri e case-torri, l'allestimento delle tante botteghe, le fanno assumere un aspetto più medievale con una caratteristica forma a fuso. Sul palazzo comunale s'innesta quella che è destinata a diventare la più alta costruzione della città: la torre dei Lamberti. Ma gli edifici che ridisegnano il volto di Verona si devono all'epoca immediatamente successiva: all'aurea era scaligera. E' Alberto, dopo l'assassinio del fratello Mastino, a fondare la signoria. La sua diplomazia trovò terreno fertile in una Verona esasperata dalle lotte intestine. Alberto cercò il favore della chiesa e non guastò il rapporto coi commercianti: aiutò i domenicani nella costruzione di Sant'Anastasia
se la prima pietra della 'casa dei mercanti'. Manomessa ripetutamente nel corso dei secoli la Domus Mercatorum ha recuperato il volto medievale scaligero con un discusso restauro dell'Ottocento.
Altre costruzioni che sorsero sotto Alberto furono la Torre di Ponte Pietra, con il suo bell'arco ancora romanico (dalla parte opposta aveva una gemella che fu demolita nell'Ottocento) e il palazzo che diede il via al complesso scaligero del quartiere di Santa Maria Antica, costruito nell'angolo sud-orientale dell'area del cortile del Tribunale: era munito di almeno due torri (una potrebbe essere quella visibile ancora oggi nell'angolo a sud-est dell’odierno Palazzo del Capitano e un'altra ha le fondazioni sotto il cortile del tribunale); la vera del pozzo presente oggi nel cortile doveva appartenere a questa costruzione. Alberto poi cominciò la grande cinta muraria destinata ad essere ingrandita e compiuta dal suo successore: Cangrande Della Scala. Con il più noto signore di Verona, il dominio della città si estende su quasi tutto il Veneto. E’ il momento di darle un’immagine adeguata alla suia grandezzasplene,- estendendosi fino a comprendere quasi tutto il Veneto. La nuova cinta muraria, merlata e ricca di torri, impressionò i contemporanei per la sua spettacolarità; a sinistra dell'Adige s'arrampicava arditamente sul colle di san Pietro abbracciando da una parte il borgo di Santo Stefano e dall'altra, il quartiere che da Santa Maria in Organo si estende fino a Campo Marzio. Da qui chiudeva la città sul fiume. A destra dell'Adige la cinta partiva dalla comunale porta Fura, all'altezza della Torre della Catena e, circondando il quartiere di San Zeno, arrivava al ponte San Francesco. Un muro che correva ungo il fiume fino a Ponte Aleardi proteggeva l'ultimo tratto rimasto indifeso. Eccone i resti sul Lungadige Capuleti.
La Verona di Cangrande è un faro nel Medioevo, una stella al suo massimo splendore. Forse è per questo che dopo il signore dal sorriso ironico, inizia il declino. La famiglia perde lungimiranza, potere e prestigio, ma non la voglia di continuare a glorificare la città. Vediamo dunque le opere belle dei successori. A Cangrande II dobbiamo il completamento di Castelvecchio e del suo ponte: al signore, alleato della Germania grazie alle nozze con Elisabetta di Baviera, serviva un rifugio più sicuro della vecchia centralissima contrarla e soprattutto un luogo che potesse garantirgli una via di fuga verso nord (non è un caso che il ponte si aperto verso l'esterno e chiuso verso la città).
Il castello fu costruito a ridosso delle mura comunali che partivano dall'Adige e continuavano verso sud-est lungo piazza Bra fino a riprendere il fiume dall'altra parte. Il ponte ci mostra ancora oggi l'arditezza con cui venne edificato: la sua asimmetria è dovuta ad un calcolo ingegneristico: questa arcata doveva lasciar passare la maggior quantità d'acqua e la più potente, solo così il ponte avrebbe retto alle tante piene del fiume e arrivare intatto fino a noi; e così sarebbe stato se il solito atto distruttivo della guerra non avesse infierito: i tedeschi in fuga nel '45 lo fecero saltare: quello che vediamo è una fedelissima ricostruzione del secolo scorso.
Ma il periodo più ricco architettonicamente parlando lo si deve al fratello Cansignorio, che fra due fratricidi governò secondo la massima: ‘fabrecare è un dolce impoverire'. Utilizzando gli elementi romani del catino e della statua, dotò piazza Erbe di una gioiosa fontana, costruì la Torre del Gardello, ed entro il 1364 compì la costruzione del suo palazzo, ingrandendo il palazzo di Alberto verso Ovest, fino via Dante e arricchendolo di tre nuove torri che s'affacciavano su piazza dei Signori. Comprendendo anche il palazzo detto di Cangrande, oggi sede della Provincia e della prefettura, ottenne la configurazione che strutturò definitivamente il cuore della città. Quella che oggi manca è la parte che si estendeva sull'attuale piazza Indipendenza, dove esisteva anche un giardino privato circondato da un muro turrito. Questo quadretto del '400 di Nicola Giolfino ci aiuta a capire come doveva presentarsi il palazzo di Cansignorio sulla piazza dei Signori: tutto in mattoni, merlato e con archi a sesto acuto.
Prima di giungere al triste epilogo della signoria ci soffermiamo su alcuni edifici di quest'epoca che sono ancora visibili: ecco la facciata della casa di Giulietta, casa appartenente nel 1200 alla famiglia 'Dal Cappello', ecco quella detta di Romeo, vero e proprio castelletto che sembra appartenesse alla famiglia Nogarola, amica dei Della Scala. Ecco lo ‘Stal de le vecie’, in corso Cavour e la casa dei Monselice in Sottoriva dove sembra di tornare indietro nel tempo...
Vorrei mostrare a proposito anche il cortile della casa di Giulietta: nonostante sia una ricostruzione di Antonio Avena, direttore dei musei civici degli anni '30-‘40 del secolo scorso , esso ci rimanda al gusto romantico e cavalleresco del nuovo periodo…
La dinastia scaligera si chiude ingloriosamente con il figlio di Cansignorio: Antonio, che ereditò il gene fratricida oramai insidiatosi nel dna dei signori di Verona. Con il diabolico assassinio del fratello Bartolomeo, si fece odiare da nobili e popolo e restò solo quando i Visconti, signori di Milano, entrarono in città.
Ma se gli Scaligeri sbagliarono molto in politica e in etica, non sbagliarono mai nell'arte: è proprio l'arte che li ricorderà per sempre, per il mecenatismo che favorì la singolare espressiva scultura locale, per le bellezze architettoniche che ci lasciarono, ma soprattutto per quel tempio pietrificato in cui s'immortalarono: le arche scaligere: qui, vegliati da angeli e virtù, riposano i signori, tutti tranne uno, l'ultimo, Antonio.
Coerente con le sue opere, Cansignorio si fece costruire dal maestro lombardo Bonino da Campione, la più sfarzoso delle arche. Sovraffollata, sovraccarica di ornamenti, è stata paragonata ad una giostra e un immoto cavallo da giostra sembra quello cavalcato dall'altrettanto immoto Cansignorio, così diverso dal vivido Cangrande, pronto al galoppo come in uno scatto prima della partenza. E difatti anche l'arca relativa è diversa: questa e quella di Mastino II, dalla pianta quadrata e dalla decorazione non eccessiva, si fanno prendere un po' più sul serio, forse anche perché più collegabili al resto dell'architettura veronese. Ma dobbiamo vederle nell'insieme, nel gioco verticale di archi trilobati e guglie allungate, nei ricami dei trafori moltiplicati dalle cancellate in ferro battuto, e così, anche se là, nell'angolo, qualcosa sembra entrare e uscire da una dimensione fiabesca, il complesso ha un fascino che da secoli conquista il viandante, il fascino ammaliante voluto dagli antichi signori di Verona.


4) Verona veneziana
Il nipote di Barnabò Visconti, Giangaleazzo, conquistò Verona. Segno emblematico del rapporto fra i veronesi e il signore milanese sono le mura della 'cittadella viscontea'. Guardiamole bene: queste sono le mura comunali del X-XI secolo, costruite affiancando la barriera naturale di un rivolo dell'Adige chiamato Adigetto: le strombature delle feritoie sono però rivolte verso l'esterno e non verso la città, lo stesso dicasi per questi mensoloni che dovevano reggere i solai dei piani di edifici: Visconti fece 'voltare' le mura comunali che andavano da piazza Brà al fiume, costruì un muro lungo corso Porta Nuova e si trincerò in una cinta quadrilatera: il nuovo nemico non era più all'esterno, ma all'interno. Siamo alla fine del 1300.
Per la verità, come abbiamo visto precedentemente, il muro di piazza Brà continuava fino a Castelvecchio, raggiungibile tramite camminamenti di ronda, ed infatti segni viscontei li troviamo anche verso questa zona: come a destra dei portoni c'è la torre Pentagona, a sinistra, costeggiando il retro del Teatro Filarmonico, troviamo i resti di una torre in stile lombardo, con la merlatura sostenuta da archetti acuti ottenuti dall'intreccio di archi a tutto sesto. Ma la cittadella era isolata anche da questa zona grazie a un fossato che correva sotto l'arco destro dei portoni della Brà; dei cardini sull'apertura di sinistra dimostra che solo quest'arco ospitava una porta.
Un'altra fortificazione a cui Visconti mise mano fu Castel San Pietro, ricostruito quasi completamente sulle rovine di una fortificazione precedente. Era grandissimo e completava la difesa della città verso settentrione. Questo punto di vista ci permette di afferrarne l'estensione originaria... Ma del Castel San Felice, dietro Castel San Pietro, potè fare solo le fondazioni.
Il dominio dei Visconti durò 15 anni. Dopo una fugace parentesi padovana, Venezia si mosse definitivamente, stanca dei sogni di gloria delle signorie venete: nella primavera del 1405, dopo un lungo assedio, i veronesi aprono le porte ai veneziani; i Carrara, padre e figlio vengono strangolati sulla pubblica piazza. La gente commentò 'omo morto no fa guera'. Ed in effetti guerra non fu per almeno quattrocento anni. Fatta eccezione per un breve periodo in cui Verona tornò sotto l'impero, la città sotto la Serenissima godette di una pace un po' triste e soporifera, ma pur sempre pace.
I nuovi tempi si vedono nell'edificazione di numerosi palazzi aristocratici: con grandi interventi di bonifica Venezia ruralizza la città, frenandone la spinta mercantile, suo monopolio. Si ritorna all'economia del latifondo, con i nobili rafforzati e grande divario fra le classi.
Parallelamente si afferma il Rinascimento e questi splendidi palazzi ci raccontano il passagio alla nuova visione del mondo. Tante sono le dimore aristocratiche di fine Trecento e inizio Quattrocento in cui incanta il gotico-veneziano, con le sue finestre elaborate in curve orientaleggianti: si diffondono le variazioni dell'arco acuto: l'arco inflesso -noto è quello del portale di S.Lorenzo, l'arco trilobato e l'arco a terzagù, che combina le due forme... Gli stipiti sono incorniciati da cordonature o dentellature: tutte decorazioni astratte che creano gradevoli ritmici ricami sulle forme sinuose e che un po' rimandano alla medievale strombatura. Ecco invece cosa cambia quando il periodo di transizione è concluso: osserviamo il più perfetto esempio veronese della piena arte rinascimentale: la Loggia del Consiglio, che non a caso si affaccia sulla centralissima Piazza dei Signori, in continuità con le dimore degli Scaligeri.
L'arco torna a tutto sesto e si ripete in una simmetria impeccabile; gli stipiti si appiattiscono e si allargano per ospitare le complesse decorazioni 'a candelabra', con ricchi e fantasiosi motivi figurativi che si combinano in un arabesco verticale e che decoreranno per tutto il Quattrocento i portali più nobili della città... Le aperture non hanno più nulla di arcaico, né di magico, col loro graduale farsi spazio nella profondità della pietra, ma sono sereni ed eleganti sguardi sull'esterno...
Eppure si rifanno a qualcosa che abbiamo già visto: non sono forse uguali a quelle romane delle Porte e dell'Arco dei Gavi?...
Un'altra caratteristica delle case nobiliari dell'epoca sono le decorazioni ad affresco, tanto che la città assume l'appellativo di 'urbs picta': ‘città dipinta’. Un noto esempio si affaccia proprio su piazza Erbe: sono le case Mazzanti, gli ex-granai scaligeri, i cui colori si scaldano alla luce del tramonto. Sul lato opposto della piazza altre case mostrano segni evidenti di tesori pittorici, ma anche via Ponte Pietra, via San Pietro Incarnarlo, Corso Cavour, etc. etc…. Insomma nel '400 Verona doveva apparire come un'immensa galleria d'arte all'aperto.
Ai veneziani si deve un ulteriore fase fortificatoria della città. Oggi mimetizzato a tal punto da sembrare quasi opera naturale, il Castel S.Felice, dietro Castel S.Pietro, viene compiuto con la costruzione di un ‘puntone’ verso nord, preludio dell'opera 'a tenaglia' completata successivamente dal Sanmicheli con il 'punton nuovo' verso est. Siamo nel Cinquecento. Nel primo trentennio del secolo Venezia costruisce i bastioni rotondi della cinta muraria a sinistra dell'Adige: da quello di San Giorgio fino al bastione di Santa Toscana: in questo punto vediamo la nuova cinta dividersi da quella scaligera per ampliare il tracciato; oltre Porta Vescovo edifica i maestosi bastioni delle Maddalene e di Campo Marzio. Dal 1530 affida le opere militari al genio di Michele Sanmicheli. Al celebre architetto si deve l'ammodernamento della vecchia cinta scaligera a destra dell'Adige con la costruzione dei bastioni pentagonali, ancora oggi visibili percorrendo la circonvallazione esterna che va dal quartiere di san Zeno al ponte san Francesco, (dove il bastione chiude la città simmetricamente a quello scaligero presso ponte Catena). In realtà quello che vediamo oggi è un misto di mura scaligere, veneziane e austriache perché i francesi, nel 1801, distrussero buona parte dei bastioni, lasciando veramente intatti solo quello di Spagna e quello di san Francesco. Sono rimaste invece sanmicheliane, almeno nel cuore, le porte: porta Nuova, porta S.Zeno e porta Palio, tutte ispirate ai rigorosi e austeri valori classicisti.
Sanmicheli in realtà opera un po' ovunque nella città, cercando di stabilire un legame con l'antichità: è a lui che dobbiamo il cambiamento del volto di Verona, da medievale a classico: suoi sono i progetti della cupola di San Giorgio, del campanile del duomo, incompiuto e delle porte dei palazzi scaligeri; suoi i progetti di alcuni dei più bei palazzi della città. Famosi sono quelli in corso Cavour, trasformato ormai da via sacra della città a via aristocratica: Palazzo Canossa e Palazzo Bevilacqua. , ,
Mentre poco troviamo dell'epoca barocca. Ma fosse pure solo questo palazzo, dobbiamo ringraziare anche quest'ennesima epoca storica per averci lasciato il suo segno: il barocco concentrato e festoso di palazzo Maffei, sembra rispondere alla chiassosità della più caratteristica piazza della città.
Per la sua collocazione, l'imponenza e l'armonia neoclassica, ricordiamo anche il palazzo della Granguardia, costruito in funzione militare a ridosso delle antiche mura. Questo edificio ed altri palazzi costruiti nel Seicento in Piazza Brà, evidenziano come il fulcro della città si sia spostato: il cuore non è più la medievale piazza Erbe con i suoi vivaci mercati, la sua accattivante confusione e i segni del passato comunale e scaligero, ma la più ampia e ariosa piazza Brà, più adatta ai cortei e alle solenni manifestazioni della nuova Verona aristocratica e militarizzata.
Eppure se isoliamo queste facciate dal contesto, le immaginiamo rivolte verso riposanti giardini all'italiana con statue di ninfe ed angioletti, e se guardiamo il volto che i palazzi di corso Cavour mostrano al fiume, vediamo che la severità cercata nei prospetti si mitiga in una malia di tenui colori e forme più morbide. La dolce luce veneta sembra palpitare nell'animo più femminile della nuova architettura veronese.


5) Verona austriaca
A completare la vocazione monumentale di Piazza Brà ci pensarono gli austriaci: con la 'Granguardia nuova', l'odierno palazzo Barbieri, i nuovi dominatori di Verona, sancirono il loro potere assoluto sulla città. La sua linea classica, oggi turbata dall'aggiunta di finestre nel basamento, è la stessa del grande ospedale militare edificato nei pressi di porta Palio.
Ma non è questo lo stile austriaco che ricorda la città: combinando forme turrite da castelletto a motivi romanici e medievali, gli austriaci realizzano il fianco delle carceri presso la chiesa di S.Tommaso, il grande panificio di Santa Marta, il castel S.Pietro, ennesimo castello costruito a guardia della città e l'arsenale di fronte al ponte di Castelvecchio. E' lo stile 'neoromanico', dai veronesi chiamato 'tedesco'. In realtà queste costruzioni dimostrano un'attenzione estetica notevole da parte degli ingegneri militari del tempo e, soprattutto una volontà di creare qualcosa di familiare per il popolo veronese. Ecco che torna il caro, 'simpatico' motivo romanico delle fasce alterne di tufo e cotto ed in generale del bicromatismo rosso-bianco: ecco i colori caldi e pastosi al posto del freddo marmo ed ecco l'assenza totale di elementi classicheggianti come colonne e timpani.
Ma se c'era da intervenire su opere classiche bisognava rispettarne l'armonia: ecco come allargarono Porta Nuova: le ali laterali non sono originali, ma sono fedeli al disegno sanmicheliano. Massicce ma aggraziate risultano tutte le opere fortificatone staccate, in particolare gli innumerevoli forti disseminati ovunque, anch'essi costruiti con i caratteristici blocchi pentagonali di tufo. Molti rischiano di venire dimenticati e difatti sono tanti i veronesi che, da ragazzi, in cerca di avventure, ne hanno perlustrato i resti ignari delle complesse strutture che essi rappresentavano in origine. Ecco il forte S.Mattia, sul colle dietro quello dominato dal santuario della Madonna di Lourdes, sorto sui resti di un altro forte. La sua struttura articolata, la pietra irregolare, lo sviluppo orizzontale che si adatta ai movimenti del terreno collinare ne fanno quasi un prodotto naturale, perfettamente armonizzato con l'ambiente. Quello che resta del forte Preara, sulla collina dietro il castello di Montorio, ha qualcosa di arcaico, di spirituale, paradossalmente in contrasto con le funzioni a cui era adibito. Esso ricorda un recinto inca adibito a funzioni sacre, o un complesso dai misteriosi codici cosmici per riti iniziatici.
Altrettanto articolata fu la cinta muraria, realizzata su quella veneziana sotto la direzione dell'ingegnere militare Franz von Scholl: con essa gli austriaci fecero di Verona un vero campo trincerato, secondo i moderni modelli difensivi, con muri staccati nei fossati, porte segrete per le sortite, corridoi protetti. Tutte strutture in grado di favorire veloci spostamenti di truppe sia per ritirarsi che per contrattaccare. Un'opera grandiosa, curata esteticamente e studiata nel minimo dettaglio, qualcosa che avrebbe reso Verona inespugnabile se non fosse stato che ormai, verso la metà dell'Ottocento, i tempi del Risorgimento, della tanto attesa unificazione d'Italia erano ormai maturi.
Oggi la cosa non è più così evidente, perché la cinta con i suoi bastioni pentagonali risulta così mimetizzata da sembrare quasi frutto di dislivelli naturali. Divenuti sede di parco-giochi e giardini nei terrapieni, campi sportivi nei fossati, coperti in parte dalla vegetazione, che si è presa infine la sua rivincita, i bastioni hanno perso non solo il loro aspetto militare, ma anche le loro complesse caratteristiche architettoniche, ormai difficilmente leggibili. Eppure è proprio questa immensa costruzione, costeggiata quotidianamente e forse inconsapevolmente dalle auto dei veronesi, che disegna il profilo della città e che le conferisce quell'aspetto mosso che in certi punti la fa somigliare, con le dovute proporzioni, a Roma.
Sono in particolare due i punti della cinta che dimostrano il rispetto per la storia architettonica militare della città da parte degli austriaci: Presso S.Zeno in Monte svetta la torre n°14, la più importante, l'unica costruita interamente in mattoni (nelle altre il tufo disegna una caratteristica forma ‘a sega’): gli austriaci non la cimarono, diversamente da quanto fecero con le altre, e alla base costruirono un bastione rotondo rispettando la forma delle rondelle veneziane che punteggiano la cinta a sinistra del fiume.
Ma ad unire più epoche storiche in un'armonia singolare è l'articolata struttura fortificatoria presso ponte Catena, dove fra la comunale Porta Fura e la porta costruita da Cangrande è inserita la ‘blockhaus’ dagli inconfondibili blocchi poligonali: è qui che emblematicamentre Verona dimostra di essere diventata il nucleo urbano che conserva il più cospicuo patrimonio di strutture fortificate d'Italia, forse unico al mondo per quantità e qualità di modelli difensivi, ciascuno dei quali appartenente ad un diverso periodo storico per un arco di tempo di quasi 2000 anni, modelli nati inglobando, affiancando, restaurando quelli precedenti.
Sulle fondamenta romane, pietre medievali, cesellate nelle mura rosse, colonne rinascimentali, imprigionati dalle mura affrescate, archi romanici, il tutto mescolato in intricate soluzioni spesso ignare, più spesso uniche, per dirci che Verona in questi 2000 anni, proprio come lo stupendo infaticabile anfiteatro che la rappresenta, c'è sempre stata, spesso sofferente, tante volte combattuta, frequentemente lacerata, ma sempre ... bella.

Per ulteriori informazioni: tel: 045/528087 - mail to: bulbarelli@alice.it


Tutti i testi e i video presenti in questo sito sono coperti da copyright. È vietata la copia o la riproduzione parziale o totale a meno di espressa autorizzazione di Video Cinema (P.IVA 03407010234) o del suo titolare.

Home Page | Video Cinema | Personaggi Storici | Il Restauro | Giulietta e Romeo | Nella Bella Verona | Altri progetti | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu