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Testi

Giulietta e Romeo

Romeo+Giulietta = Verona per sempre
Di Paolo Sorrenti


Shakespeare ha immortalato la tragica storia dei due amanti veronesi. Hollywood l’ha spettacolarizzata, donandole popolarità in tutto il mondo. Romeo e Giulietta, però, non sono nati al cinema o a teatro né con la lingua inglese. Il loro ‘papà’ è un vicentino, Luigi Da Porto, che per primo scrisse di loro in una novella del ’500. Ma la triste vicenda fu mera invenzione letteraria o accadde davvero? Oggi, per la prima volta, un documentario ("Verona per sempre - La città di Giulietta e Romeo”) affronta in modo dettagliato la questione. E dopo averlo visto, non guarderete più la casa di Giulietta con occhi tanto scettici…

Video Cinema, dopo il DVD “Nella bella Verona” (distribuito in 7mila copie), torna a investigare sulla nostra città. Questa volta il tema è specifico, ma vuoi per l’eccessiva fama di cui gode, vuoi per la sprezzante superficialità che gli si serba, non è mai stato trattato con la dovuta attenzione. Qui, invece, si parte da una ricerca storica senza precedenti. Si riuniscono tutte le ricerche svolte finora (pro e contro), s'indaga sui siti della leggenda (esemplare l'analisi architettonica della casa di via Cappello), si spulcia nei documenti d’archivio (evidenziati in video) e si leggono i testi originali. Dalla prima novella di Da Porto alla copia di Mattia Bandello, dai precedenti di Ovidio e Masuccio Salernitano alle successive traduzioni d’Oltralpe e d’Oltremanica che condurranno al Bardo inglese. Passando per un’oscura terzina dantesca («Vieni a veder Montecchi e Cappelletti»). Proprio a Verona il «ghibellin fuggiasco» trovò riparo presso Bartolomeo Della Scala negli stessi anni in cui, secondo Da Porto, si consumò l'atto finale della faida tra le due opposte famiglie. L'ambientazione storica nella Verona del '300 (anziché del '200) e l'identificazione dei Cappelletti con una famiglia veronese (anziché cremonese) sono solo due delle questioni, frettolosamente liquidate, ora riaperte da questo avvincente documentario. Per dimostrare che, al di là di errori e riferimenti autobiografici, non viene meno la necessità di Da Porto di legare la storia alla città scaligera. In un periodo di pace apparente (il '300), non di guerra aperta (il '200), e negli stessi luoghi attraversati dal sommo padre Dante (su questi sarà incentrato il prossimo lavoro di Video Cinema, in vista della creazione di un Parco Letterario dedicato alla Verona dantesca).

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Sfidando dogmi e tabù di un argomento spesso semplicemente ignorato (ieri a causa del degrado in cui versavano i luoghi, oggi per l'eccesso di turismo che subiscono), il documentario attua un sano processo di revisionismo storico. La reinterpretazione dei testi, unita alla riscoperta di una realtà veronese poco conosciuta, è la giusta risposta all'indifferenza che per troppo tempo ha paralizzato la città. E, senza giungere a risposte definitive, vuole anzi essere di stimolo a nuove ricerche. La quantità di misteri e coincidenze, di cui pure si dà conto, è tale che si è deciso di raccoglierla – insieme agli studi, a ulteriori approfondimenti e a una raccolta di testi – in un libro di prossima pubblicazione («Vieni a veder Montecchi e Cappelletti»-Realtà e finzione nella storia di Romeo e Giulietta). Nell'attesa di scoprire qualcosa di nuovo – perché si può cercare ancora e, come fece Schliemann con Troia, stupire il mondo intero – gustiamo le immagini di questo viaggio indimenticabile. Un viaggio nel tempo di un mito, che nasconde più storia di quanta si creda. Un viaggio nelle lettere, che parte da Shakespeare e ci parla di Dante, ma come Sherlock Holmes è alla ricerca di dettagli e coincidenze. Un viaggio nella Verona che tutti amiamo, rivissuta nel suo passato glorioso con spettacoli di compagnie teatrali e manifestazioni medievali. E un viaggio nel cinema, perché le emozioni sono poste a suggello di analisi e ragionamenti. E sono loro, Giulietta e Romeo, a rivivere – filmati per la prima volta nel luogo originale – la conclusione fatale del loro immortale sogno d’amore.

Un documentario scava nel passato dei celebri amanti. Per scoprire, tra indizi e coincidenze, che mai sarebbero potuti esistere «fuor dalle mura di Verona»

‘VERONA PER SEMPRE. LA CITTA’ DI GIULIETTA E ROMEO’

Di Paolo Sorrenti

Sull’onda del successo di ‘Nella bella Verona’, dopo un anno di lavoro, nasce ‘Verona per sempre. La città di Giulietta e Romeo’, il nuovo documentario storico realizzato dallo studio Video Cinema e prodotto dalla Provincia di Verona Turismo. “Un video come questo è una novità assoluta - ci dice Antonio Pastorello, vicepresidente e assessore al turismo e allo sport della Provincia di Verona, - non solo l’autrice tira le somme sulle tesi degli storici, con una avvincente carrellata che fa luce sulle origini e lo sviluppo del mito, ma propone teorie inedite sulla base di nuove indagini molto dettagliate. Con questo lavoro la Provincia di Verona prosegue l’ambizioso progetto che punta sui moderni mezzi audiovisivi per coinvolgere i cittadini in un approfondimento culturale che diventa viaggio emozionante e riscoperta del proprio territorio”. Loris Danielli, amministratore di Provincia di Verona Turismo aggiunge “Con questa produzione continuiamo il nostro impegno nella valorizzazione delle innumerevoli bellezze disseminate nel capoluogo e in tutta la provincia. I dvd saranno a disposizione negli IAT come mezzi di informazione e accoglienza turistica”.
“I veronesi, - prosegue la regista - resteranno piacevolmente sorpresi di fronte alle novità presentate da questo documentario: conoscendo le mille ragioni per cui Verona è diventata lo scenario della più celebre fra le storie d’amore, essi guarderanno con occhi diversi i luoghi della tradizione e si stupiranno di quanto il mito di Giulietta e Romeo racchiuda fondamentali tappe storiche e culturali della città scaligera”.
Il documentario, in cinquantatre minuti di suggestive immagini, offre le scene più intense delle opere di cinque compagnie teatrali, svela per la prima volta documenti veronesi antichissimi, ed emoziona con una colonna sonora in continuo cambiamento scritta appositamente dal noto drammaturgo e compositore David Conati. Per colpirci con la scena finale: per la prima volta nella storia veronese il tragico epilogo del doppio suicidio è stato girato proprio nella cripta della Tomba di Giulietta.
Il menù del dvd è suddiviso in 12 capitoli per facilitare la visione: ‘il mito’, due capitoli sulle famiglie protagoniste, (ove si indagano le basi storiche delle prime opere su Giulietta e Romeo), un capitolo sulla casa di Giulietta, uno sui misteri legati alle intenzioni del primo autore della storia e ai siti leggendari, uno sulla tomba di Giulietta, e tre per ciascun letterato che ha dato il suo contributo alla nascita del mito; Luigi da Porto, Shakespeare e persino Dante.

Verona Forever

TESTO DEL DOCUMENTARIO “Verona per sempre”:


Forse loro non lo sanno. Continuano ad arrivare. A fiumi. È il primo posto che vengono a visitare: prima dell’Arena, prima delle piazze, prima delle chiese. Forse non sanno cosa pensano i veronesi. Da un tempo imprecisato, in modo indefinito, per i veronesi la casa di Giulietta e la casa di Romeo non sono la casa di Giulietta e la casa di Romeo... sì, forse qualcosa di vero c’è nella casa di Giulietta, ma quelle non sono certo le case dei Montecchi e dei Capuleti di cui parla Shakespeare. Che miracolo ha fatto il drammaturgo inglese? Il miracolo dell’arte basta per creare un mito che si rafforza nei secoli? Forse sì, ma forse vale la pena di vedere se c’è qualcos’altro, qualcosa capace di creare un legame indissolubile ed eterno fra una città bellissima ed una bellissima storia d’amore.

Quanto è vecchio il mito? Sappiamo che in Italia Shakespeare si afferma pienamente solo nell’Ottocento. La sua tragedia d’amore e morte colpisce lo spirito romantico degli artisti italiani. Musicisti, pittori, ma anche letterati: tutti vogliono realizzare la loro ‘Giulietta e Romeo’. Artisti d’oltralpe come Lord Byron, vengono a visitare la tomba di Giulietta. Charles Dickens ne scrive lamentando lo stato di abbandono in cui tomba e casa versavano. Altri si portano via pezzi di marmo rosso di Verona come souvenir. Seguendo quella che era diventata ormai una moda, Maria Luisa D’Austria, moglie di Napoleone, li trasforma in gioielli. Un altro austriaco, l’arciduca Giovanni, si sarebbe portato a casa addirittura il coperchio.

Il Romanticismo contribuì a rinfocolare il mito; ma anche il Risorgimento, che strappò Verona agli Austriaci nel 1866. Questa crescente attenzione diede frutti locali come lo splendido quadro di Angelo Dall’Oca Bianca e i poemi di Vittorio Betteloni e di Berto Barbarani.
Anni Trenta. George Cukor gira un film su Giulietta e Romeo. Se la loro storia è entrata nel cinema, è fatta. L’allora direttore dei Musei Civici Antonio Avena restaura i luoghi della leggenda, esaltandone il sapore medievale. Da allora, il mito non è più solo di letterati, artisti e regine europei, da allora il mito è di tutto il mondo…

Ma già prima dell’intervento di Avena qualcosa era nato spontaneamente: quando Ettore Solimani – primo guardiano della Tomba – diventa anche il ‘segretario di Giulietta’, era già iniziato il fenomeno delle lettere indirizzate all’eroina shakesperiana. Fenomeno destinato a crescere a tal punto che nascerà un club ed un premio letterario internazionale. Giulietta si concretizza a forza di appelli accorati, a forza di «Dear Juliet». Dunque l’operazione turistica di Avena non fa che rafforzare una leggenda che ha radici profonde nella città e che già brilla di luce propria.
Forse dovremmo seguire queste radici e vedere – quando e come – è nata la storia di Giulietta e Romeo. Dobbiamo risalire intanto almeno al 1500 e andare a Montorso Vicentino, vicino a Verona, dove, un ex militare ferito irrimediabilmente in battaglia converte in poesia e letteratura i suoi ideali di amore e di onore. È lui – Luigi Da Porto – che scrive la “Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti con la loro pietosa morte intervenuta già nella città di Verona nel tempo del signore Bartolomeo Della Scala”, più tardi intitolata semplicemente “Giulietta”. E la scrive qui, in questa vecchia torre diroccata, che entrerà a far parte di una delle due ali di una grande villa palladiana.
Il tema dell’amore ostacolato nasce nel mondo classico con “Piramo e Tisbe” di Ovidio. Nel racconto delle ‘Metamorfosi’ compare anche il tragico finale del doppio suicidio per errore: Piramo si uccide perché crede morta Tisbe, dopo che (lui) ha visto un leone ed una veste insanguinata. Ma prima del Da Porto, già Masuccio Salernitano aveva ‘copiato’ il finale del poeta latino. Del resto siamo in un periodo di grande fermento culturale e lo sviluppo della stampa favoriva questo ‘scambio’ fra scrittori:
(
INTERVISTA CARPANE’1): “Gli scritti del Da Porto vanno analizzati alla luce della febbrile attività tipografica del Veneto nel 1500, quando Venezia diventa il più importante centro di diffusione di testi stampati, in particolare di novelle. A Venezia si stampa il 25% di tutti i libri stampati in Europa”.

Ad ogni modo, la fonte più vicina al da Porto è senz’altro la novella del Salernitano. Infatti l’intreccio è pressoché uguale, ma oltre ad allungare, arricchire ed approfondire la storia senese, il Da Porto ne cambia proprio lo spirito. L’amore di Mariotto e Ganozza, descritto dal Salernitano, è un amore tutto sensuale, nessuna figura nobile nel racconto. Con lo scrittore vicentino invece, nasce la Giulietta che conosciamo oggi: passionale e coraggiosa, il Romeo che immaginiamo in attesa sotto la finestra: ardente e nobile, ed un amore che porta nella sua stessa intensità qualcosa di inesorabile. Ma col Da Porto nasce anche l’odio antico di famiglie di pari nobiltà e ricchezza, un frate protagonista e la volontà di radicare la storia alla città di Verona.
Capire il perché di questa scelta è fondamentale perché è da adesso, dal 1531 – anno della prima pubblicazione – che Verona e i due amanti più famosi del mondo saranno una cosa sola. Numerose si conteranno le trasposizioni: dal vero e proprio plagio di Matteo Bandello, che fece conoscere in Francia la novella, al racconto del francese Pierre Boisteuau [Bwató], al dramma di Lope De Vega y Carpio, alla novella di William Painter – traduzione di quella di francese – al poema di Arthur Brooke, fino alla tragedia di William Shakespeare, che porta a perfezione la materia grezza di partenza. Tanti gli autori, tanti i generi letterari, ma restano Giulietta e Romeo, resta l’epoca scaligera, resta Verona.
Da Porto nella prefazione afferma che la storia è realmente accaduta: gli è stata raccontata dal suo arciere durante un viaggio militare in Friuli. Ma una prefazione letteraria scritta dallo stesso autore è più che altro una cornice narrativa. La si deve pertanto prendere con le dovute cautele. Eppure l’ambientazione veronese è rimarcata nel corso del racconto, con precisazioni topografiche, con la citazione del signore Bartolomeo Della Scala che apre e chiude il racconto, con i personaggi dai nomi per lo più storici. Difficile sfuggire alla tentazione di fare una ricerca. In fondo si tratta di una delle storie più famose del mondo.
I Montecchi: i Montecchi sono esistiti, eccome. Erano una famiglia di mercanti che nel 1200 si pose a capo della fazione ghibellina, fazione che sosteneva l’imperatore e si opponeva al Papato. Era così ricca e potente che ben presto fazione e famiglia si chiamarono con lo stesso nome: i Monticoli, legati al famoso tiranno Ezzelino da Romano. Proprio vicino alla dimora del tiranno, riconoscibile nella parte antica di Palazzo Forti, si trovavano alcune abitazioni dei Montecchi. Altre erano vicine alla chiesa di Santa Cecilia, di cui oggi è visibile solo il campanile. Siamo sempre nel quartiere di Sant’Anastasia. Ma ulteriori dimore si trovavano presso il Ponte Nuovo: una laude a Verona del ’400 li ricorda come «palazi alti e forti». È per questo che la tradizione determinò come casa di Romeo questa casa-castelletto in via Arche Scaligere: essa in origine si allungava probabilmente fino al fiume.
I nemici storici dei Montecchi però non erano i Cappelletti di cui parla il Da Porto, ma un’altra potente famiglia veronese: i Conti di San Bonifacio, aristocratici e guelfi, cioè sostenitori del Papato. Le cronache ricordano che, alla fine del 1100, le due famiglie si erano legate attraverso un matrimonio. L’alleanza fu però spezzata da Ceresio Montecchi che uccise a tradimento il conte Sauro di San Bonifacio. Da quel momento le guerre intestine tormentarono Verona, mentre le due fazioni si avvicendavano al potere. (Un esilio dei Montecchi è ricordato sulla facciata di Santo Stefano).
Siamo però in pieno 1200. E qui viene additato il primo errore del Da Porto, il quale ambienta la storia di Giulietta e Romeo invece al tempo di Bartolomeo Della Scala, ovvero nel 1302.
Ma siamo sicuri che si tratti di un errore? In fondo i Montecchi erano ancora a Verona all’inizio del Trecento, anche se messi da parte e prossimi all’esilio (proprio l’esilio di Romeo sembra preannunciare quello storico di tutta la sua famiglia)…
In effetti se leggiamo attentamente la novella, vediamo che lo scrittore
non parla di rovinose guerre, ma di ‘odio antico’, di ‘quasi morta inimicizia’, di una rivalità smorzata dalla ‘stanchezza’ e dalle ‘minacce del principe Bartolomeo’.
Infatti Tebaldo nel Da Porto - come Mercuzio in Shakespeare - muore per una rissa fra bande rivali e non in un vero e proprio scontro armato.
Se guardiamo la situazione storica di Verona all’inizio del Trecento ci accorgiamo che rispecchia proprio quella descritta dal Da Porto: famiglie che si odiano per vecchi rancori vigilate dallo sguardo severo del principe della città, l’unico vero detentore del potere; famiglie che manifestano l’antica rivalità in duelli isolati agli angoli delle strade. Sotto la ‘pace apparente’ del Trecento, imposta dalla forza della signoria scaligera, il fuoco continuava a covare, tant’è vero che non fu facile cacciare i nemici dei Montecchi dalla città, e soprattutto:
(
INTERVISTA CARPANE’ 2) “Dopo Cangrande, quando comincia il declino degli Scaligeri, le lotte tra fazioni riesplodono”.

È esistito anche il convento di San Francesco al Corso, dove il Da Porto ambienta i fatti legati a frate Lorenzo e dove viene seppellita Giulietta. Fondato proprio nel luogo dove sostò San Francesco, oggi è così: inaspettata isola di raccoglimento chiusa fra palazzi moderni, cellula di antico che riesce a ricreare il miracolo del silenzio in una tipica zona urbana. È l’unica struttura religiosa sopravvissuta di un complesso che si estendeva dalle mura comunali fino a quelle scaligere. Come spiega il Da Porto, al tempo in cui scrive si trovava all’interno della ‘Cittadella’ fortificata dai Visconti di Milano. Lo scrittore si preoccupa anche di erudirci sui futuri spostamenti dei frati francescani, dicendoci che finirono per trasferirsi a San Bernardino. Informazione esatta, ma un errore c’è: nel 1302, anno in cui è ambientata la vicenda, i francescani non si trovavano più nel convento di San Francesco al Corso, ma nella chiesa di San Fermo: il convento infatti era passato da tempo all’ordine dei Canonici di San Marco di Mantova. Come sottolinea Filippo Scolari, letterato veronese del 1800, è anche vero che frati di provenienza mantovana sarebbero stati facilitati nel comunicare con Romeo, appunto esiliato a Mantova. Per di più Frate Lorenzo stesso dice: «Io ho sempre frati che vanno a Mantova».
Ad ogni modo, un frate rimasto nelle cronache veronesi è esistito veramente: veniva da Vicenza, era domenicano e si chiamava Fra Giovanni (proprio come un personaggio secondario dell’opera di Shakespeare). Giunge in città nel primo Duecento proprio allo scopo di pacificare i Montecchi e i loro nemici. Convoca al fiume i responsabili delle lotte che tormentano la città. Tra nemici ed alleati, interni ed esterni, accorse una folla di proporzioni memorabili. Il frate commosse tutti, ottenne la pace ed uno strategico matrimonio fra i rispettivi alleati.
Anche se Fra Lorenzo, frate-speziale discreto, confidente dei due giovani, contrasta con la figura ardita di Fra Giovanni, grande trascinatore di folle, mantiene il ruolo di pacificatore: altro punto di convergenza fra mito e storia. E, anche se l’ubicazione dei francescani non è temporalmente corretta, è indovinato il peso politico e sociale degli ordini mendicanti
. Sposavano ‘sorella Povertà’, vivevano austeramente, ma non si isolavano, anzi, si mescolavano fra le gente: inevitabile che tutti li amassero. In particolar modo a Verona, dove francescani e domenicani ottennero le due chiese più importanti del centro storico: San Fermo e Sant’Anastasia. Se ci pensiamo bene, frate Lorenzo è il demiurgo della storia, il punto di riferimento per le due importanti famiglie ed il vero artéfice dei fatti salienti della vicenda.
E il conte di Lodrone, divenuto “Paride di Lodrone” nella novella di Bandello, per restare infine semplicemente “Paride” nella tragedia shakespeariana? Ebbene sì: anche i conti di Lodron sono esistiti: erano una potente casata trentina che s’imparentava spesso e volentieri con i nobili veneti e nella quale il nome Paride ricorreva di frequente. Dunque un conte Paride intenzionato a sposare una nobile veronese è del tutto credibile. Fra l’altro il Paride più famoso, vissuto nel ’400, fu protagonista di una famosa faida e sposò la veronese Lucia Nogarola.
Ci sono infine altri particolari che concorrebbero ad autenticare la vicenda: Mantova indicata come luogo d’esilio per Romeo. In effetti è la città più vicina e, al tempo di Bartolomeo, fra Mantova e Verona correva buon sangue; Romeo quindi non avrebbe avuto difficoltà a raggiungere la città lombarda.
Il Da Porto poi, colloca un «bellissimo podere» dei Cappelletti testualmente «fuori da questa terra di due miglia verso Mantova», in sostanza a metà strada fra Verona e Mantova. Bandello specificherà che si tratta di Villafranca. In questo podere Giulietta conosce il conte Paride e beve la pozione di frate Lorenzo: lo spostamento dell’azione da Verona ad una località della provincia si giustifica solo con una frase di Giulietta: «Io sento preparare le mie nozze ad un palazzo di mio padre (…) dove mi devono portare, affinchè io sia meno spinta a rifiutare il nuovo marito»; dunque la spostano per toglierla dal suo ambiente quotidiano sperando di metterla in confusione. Lo spostamento dell’azione si spiega dunque con una sottigliezza psicologica (il padre, nel Da Porto, non è il despota di Shakespeare). Ma tale elemento non è sviluppato, per cui sembra anche in questo caso che il Da Porto riporti eventi effettivamente raccolti e non inventati. Sempre che non si tratti di imperizia narrativa dello scrittore.
Per una persona mondana come il Bandello, invece, le nozze in villa erano quasi d’obbligo e questo giustifica l’ambientazione fuori dalla città. Ad ogni modo ci colpisce il fatto che a Villafranca esiste una località chiamata ‘Cappello’, nome molto simile a ‘Cappelletti’…Più avanti indagheremo su questo particolare.
Un ultimo dettaglio interessante nella novella del Da Porto è la presentazione di Mercuzio: la figura compare rapidamente per poi scomparire definitivamente: il particolare della sua mano fredda dà a Giulietta la scusa per parlare con Romeo: infatti Romeo la stringe nella danza con la sua mano calda. Poichè non è un personaggio, perché dargli nome e cognome? Queste le parole testuali: «C’era un nobile giovane, nominato Marcuccio Guercio, il quale per natura, così in luglio come in gennaio, le mani sempre freddissime aveva». Da Porto avrebbe potuto semplicemente dire che un tizio che ballava con Giulietta aveva le mani ghiacciate. Echi di tradizione popolare sembrano risuonare in questo passo. Fatto sta che Marcuccio non verrà mai abbandonato dagli scrittori successivi e nell’opera di Shakespeare diverrà addirittura uno dei personaggi principali, l’indimenticabile Mercuzio.
Concludendo, se non fosse per l’ubicazione dei francescani e per il nome dei Cappelletti, la storia sarebbe del tutto verosimile! Non ci resta che indagare su questa misteriosa famiglia…
Il nome Cappelletti non è inventato: esso va a braccetto con quello dei Montecchi in una terzina della
Divina Commedia che recita: «Vieni a vedere Montecchi e Cappelletti / Monaldi e Filippeschi, oh uomo senza cura: / coloro già vinti, e questi con paura».
Monaldi e Filippeschi sono le famiglie
leader delle opposte fazioni di Orvieto: la logica sembra suggerire che anche i Montecchi e i Cappelletti si contendano la stessa città, e dato che i Montecchi sono inconfutabilmente di Verona…
Dante conosceva bene Verona: vi trascorse gran parte del periodo di esilio e vi scrisse molti canti del suo capolavoro: la “Divina Commedia”. E Dante era a Verona proprio al tempo in cui è ambientata la vicenda di Romeo e Giulietta: da dove vengono fuori i Cappelletti di cui parla?
C’era una fazione chiamata così: era guelfa, quindi opposta ai Montecchi, ma cremonese. Può anche essere successo che le due fazioni si siano scontrate: i Montecchi, capeggiati da Ezzelino, stipulano a metà del 1200 un patto proprio coi cremonesi ghibellini guidati da Uberto Pelavicino. Quest’alleanza può aver visto i Montecchi, ghibellini veronesi, fronteggiare i Cappelletti, guelfi cremonesi, in qualche episodio di guerra
.
Ma gli scontri veramente frequenti dei Montecchi erano con i Sambonifacio, una famiglia interna alla città di Verona.
Forse Dante fa un discorso generale contrapponendo semplicemente guelfi e ghibellini a prescindere dalla loro appartenenza alla stessa città, dato che in questo canto – il VI del Purgatorio – invoca Alberto d’Austria affinché venga a governare l’Italia preda delle lotte di fazione.
Ma questa teoria non si adatta alla nostra storia: proviamo ad immaginare un giovanotto veronese intrufolarsi nella casa di una giovane cremonese!
Facciamo allora un ultimo tentativo immaginando che Dante abbia cambiato un nome per esigenze di metrica e di rima. Trattandosi di fazioni la cosa non è da escludere: il nome della fazione deriva da quello della famiglia: così come i Filippeschi sono gli affiliati della famiglia Filippi, allo stesso modo i ‘Cappelletti’ potrebbero essere i seguaci di una famiglia Cappello.
Ma esistevano famiglie con questo nome nel 1300 veronese?
Un documento del 1315 parla di un Antonio A Capello della Contrada di san Tomìo che è la contrada dell’odierna casa di Giulietta; dunque una famiglia Cappello era a presente in pieno centro a Verona all’epoca di Giulietta e Romeo, una famiglia oltretutto piuttosto ricca, come dimostrerebbero alcuni documenti degli Scaligeri. Un altro documento, del 1351, affianca gli eredi di Antonio A Capello’ ad un ‘Hospitium’, vale a dire un albergo, detto ‘A Capello’. A questo punto la cosa si fa interessante perché l’ albergo ‘Al Cappello’ compare puntualmente nei documenti veronesi, secolo dopo secolo: nel ‘400 vi soggiornò lo scultore Jacopo della Quercia, e nel ‘600 è sicuro che uno stallo detto ‘Al cappello’ coincidesse con l’odierna casa di Giulietta. Dunque l’ ‘hospitium a capello’ della famiglia Cappello del 1300 era con ogni probabilità l’odierna casa di Giulietta, e il cappello scolpito nella chiave di volta dell’arco interno, lo starebbe a dimostrare. Il suo aspetto rustico infatti, è tipicamente medievale, ben diverso da quello rinascimentale di altre famiglie ‘Cappello’ posteriori; inoltre è improbabile che il bassorilievo rappresentasse una delle corporazioni di mestiere (come quello presso la loggia delle Sgarzerie): negli statuti trecenteschi infatti, fra le arti maggiori, non compare quella dei cappellai
.
Ad ogni modo: questi ‘Cappello’ erano nemici dei Montecchi?
Quello che si sa è che la contrada della Casa di Giulietta era abitata da famiglie seguaci dei conti di San Bonifacio, in lotta coi Montecchi da almeno
un secolo….
Ora guardiamo bene la casa di Giulietta: se osserviamo attentamente la facciata che dà sulla via pubblica, vediamo che la casa appare formata da due corpi: lo si vede da questa sorta di cesura, dalla diversità dell’orientamento, dalla diversa altezza delle mènsole del balcone. La parte col volto dunque va guardata come un corpo distinto: allora vi potremmo riconoscere una delle centinaia di torri da cui si facevano la guerra le famiglie del 1200. Anche le dimensioni sarebbero quelle giuste. Forse la costruzione ha subìto le ferocia del Ezzelino come moltissime altre costruzioni di questa contrada ed è stata restaurata accorpando la costruzione vicina e ingrandendola verso la corte. Il che spiegherebbe anche la diversità del volto interno, ribassato, rispetto a quello esterno, a tutto sesto. Nella più tranquilla epoca scaligera in cui viene meno la funzione militare delle costruzioni interne alla città e in cui la spinta economica favorisce l’ingrandimento delle abitazioni, si trattava di una trasformazione usuale. Concludendo, quello che vediamo potrebbe essere il rifacimento trecentesco o tardo duecentesco di una torre esistente già all’epoca delle lotte di fazione.
Una torre di proprietà di una famiglia nemica dei Montecchi.
Pertanto l’attribuzione della Casa di Giulietta al n. 23 di Via Cappello resta valida almeno sul piano simbolico. E viene simbolicamente rafforzata un’altra realtà topografica: rispetto ai palazzi dei Signori che costituiscono il centro, essa si trova diametralmente opposta alle case dei Montecchi. Il muro merlato sopra la terrazza della Casa di Giulietta sembra ricordare questa divisione: i due litiganti sono separati proprio dai signori della città.

Non ci sono prove sulla veridicità della vicenda, ma molte conferme sulla sua verosimiglianza e soprattutto ancora molto mistero: mistero su quel cappello e mistero per le continue precisazioni storiche del Da Porto. Oltre a quelle citate ce n’è una che non trova giustificazione: all’inizio della novella lo scrittore ci avverte che secondo cronache lette dal suo arciere, le due famiglie in questione non erano antagoniste, bensì «stavano dalla stessa parte». Perché scomodarsi in questa precisazione (quando starebbe inventando tutto)?
E in fondo anche Dante resta misterioso con la sua frase sibillina: perché accostare due famiglie che nella realtà ebbero destini opposti? Dante scrive la terzina probabilmente intorno al 1313: a quest’epoca i Montecchi erano effettivamente ‘vinti’ perché, dopo la brutta fine del tiranno Ezzelino e l’ascesa degli Scaligeri, furono estromessi definitivamente dalla vita politica veronese. Al contrario i Cappelletti cremonesi uscivano da mezzo secolo di indisturbato dominio sulla città di Cremona. Anche se Dante facesse riferimento al 1200, i Montecchi subivano una dolorosa sconfitta proprio mentre i Cappelletti salivano al potere…

«Io l’ho visto più volte come tomba vicino al pozzo del povero San Francesco mentre si innalzava quel luogo al suo nome». Un’altra frase enigmatica! Si riferisce a un ‘monumento in pietra’ dove giacerebbero i corpi dei due amanti ed appartiene ad un altro protagonista della vicenda che riguarda il nostro mito: Girolamo Dalla Corte. È nella sua “Historia di Verona” – scritta alla fine del 1500 – che appare per la prima volta l’altro luogo leggendario legato a Giulietta e Romeo: la Tomba di Giulietta. Lo zio Gerardo Boldiero gli narra di aver sentito raccontare che qualche tempo addietro la tomba era stata tolta dal muro e quanto conteneva era stato disperso: se è vero che le autorità religiose ne cambiarono la funzione allora è possibile che in precedenza la tomba fosse divenuta oggetto di culto. Il fatto che ce ne parli Girolamo Dalla Corte – il solo cronista veronese che dà per vera la storia dei due amanti – desta però molti sospetti. Anche perchè lo zio Boldiero scrisse un poemetto ispirato proprio alla vicenda di Giulietta e Romeo. Ma una cosa è certa: in origine era un sarcofago, come dimostrano le dimensioni e, soprattutto, questa sorta di poggiatesta; poi divenne un abbeveratoio, o una vasca da bucato, come dimostrano questi due fori chiusi con della malta che dovevano servire per lo scolo dell’acqua, come dimostra l’impressione che ne ebbe, nel 1800, Charles Dickens ed, infine, come attesta la stessa collocazione «vicino al pozzo» dataci dal Dalla Corte.

In fondo non ci sarebbe da stupirsi se viandanti eruditi, già all’epoca, cercassero di entrare nel convento per curiosare, osservare, forse pregare sul misterioso sarcofago: le numerose edizioni della novella del Da Porto e i tanti rifacimenti sono segni di un grande successo destinato a varcare i confini d’Italia. Il fatto che la tomba non presentasse alcuna effigie o iscrizione sembrò avallare l’ipotesi che si trattasse proprio dell’arca della giovane suicida: la povertà del sarcofago forse era l’unica condizione possibile perché le autorità ecclesiastiche ammettessero la sepoltura a questo tipo di peccatori… Al di là dei molti misteri che riguardano la tomba, torna in mente l’immagine dell’edizione veronese di “Piramo e Tisbe”: i due amanti morti si trovano tra un sarcofago ed un pozzo. Sembra di essere all’interno del chiostro di San Francesco e par di sentire la frase del Dalla Corte: “Io l’ho visto più volte come tomba vicino al pozzo”… “come tomba vicino al pozzo”. Un’altra coincidenza. Ma si sa. Le coincidenze si moltiplicano in vista di un qualche evento importante: e l’evento ci fu. La nascita del capolavoro di Shakespeare, che sarebbe avvenuta proprio alla fine del 1500. Ma prima di arrivare a Shakespeare vale la pena di indagare altrove: tutti questi misteri ci inducono a cercare il perché della scelta di Verona nella vita dello scrittore vicentino….
All’inizio del 1500, epoca della giovinezza del Da Porto, Verona era bella, anzi bellissima. Venezia l’aveva trasformata nel suo salotto: ai palazzi gotico-rinascimentali si erano aggiunti i soavi portali del Rinascimento nascente e il caldo splendore delle case dipinte, mentre le rovine romane facevano capolino da questo o da quell’angolo. Ma all’epoca Verona viveva un altro dei suoi brutti momenti: cinque ondate di peste in una decina d’anni decimarono la popolazione. Verona era piegata quando l’alleanza europea della lega di Cambrai la soffiò all’incurante Venezia. Venezia, che già aveva cercato di cancellare i segni del glorioso passato scaligero, è ora rea di lasciarla in balìa delle truppe imperiali. Da Porto sembra condannare questa politica rinunciataria nelle sue “Lettere Storiche”. Diviso fra la sua promessa di fedeltà alla potente Venezia e la richiesta di aiuto della bella Verona, forse Da Porto rispose proprio con l’unica arma che gli era rimasta: l’invenzione letteraria…
Ad Udine – proprio la città d’esilio dei Montecchi – la zia di da Porto dà una festa in maschera: la figlia Lucina si esibisce cantando. È il 26 febbraio del 15XX: la vigilia di uno degli episodi di faida più sanguinosi del Friùli. Il giorno successivo, giovedì “grasso”, si fronteggiano due rami della stirpe dei Sarvognan: al ramo Del Monte appartiene la zia di Da Porto, al ramo Della Torre appartiene lo zio Antonio:
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INTERVISTA VARANINI 1) “Un bellissimo libro di uno storico americano, Muier, intitolato ‘Mad Blood Stirring’, citazione dal ‘Romeo and Juliet’, parla di una vicenda di sangue ambientata nel Friuli. Nei primi anni del 1500 in società rurali, non del tutto urbanizzate, c’erano ancora faide familiari”.
Dunque le faide continuavano. E un libro, il cui titolo cita Giulietta e Romeo, racconta proprio la faida in cui è implicato il Da Porto. Una faida il cui culmine si registra all’indomani di una festa di carnevale. Significativamente è alla cugina – la figlia della zia ‘nemica’ –, colei che si esibì a quella festa, che Da Porto dedica la sua novella di amore e morte. Inevitabile pensare che la molla di partenza dell’ispirazione sia venuta dall’esperienza personale, magari sostenuta da spunti letterari, ma come usualmente fa uno scrittore, egli sposta fatti e personaggi altrove, spinto da altre, altrettanto forti, suggestioni. A Verona infatti c’era stato Dante, guarda caso proprio al tempo di Bartolomeo Della Scala:
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INTERVISTA CARPANÈ 3) “ Da Porto è un grande estimatore di Dante. La cosa non è così scontata: per buona parte della nostra storia letteraria, Dante non è stato il punto di riferimento fondamentale, come Petrarca per quanto riguarda la poesia. Invece per Luigi da Porto Dante è un modello, tant’è che nella sua opera tornano frequentemente richiami danteschi”.
Il legame fra Dante e Verona è importantissimo: suo «primo rifugio e primo alloggio», vi conobbe la generosità di Bartolomeo «che sulla scala porta il santo uccello» e la magnanimità del fratello, il ‘principe’ Cangrande, che incarnò i suoi ideali di unità e di pace disillusi dagli imperatori nordici. Presso la gaia corte dello Scaligero dove si potevano incontrare «baroni e marchesi di tutti paesi» e dove «di astrologia con filosofia e di teologia» si udiva disputare, Dante trovò tranquillità e stimolo per poter scrivere canti importanti della Divina Commedia
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INTERVISTA PIGHI I) “E’ stato il primo a capire che il potere imposto con la violenza non paga, e ha capito che la cultura rende molto di più. A Verona è nato il primo umanesimo”.
In questo clima pre-rinascimentale, Dante potè anche affrontare temi scottanti: nella suggestiva chiesetta di Sant’Elena il poeta tenne una delle sue più note dissertazioni : quella “sull’acqua e sulla terra”
, in cui intuiva la necessità di separare la scienza dalla teologia, concetto assolutamente innovativo per l’epoca.
Insomma, non è un caso che Dante dedichi il “Paradiso” a Cangrande e che non metta veronesi all’inferno. E non è un caso che la sua discendenza abbia messo le radici a Verona; oggi il sangue Alighieri ha il colore del vino della Valpolicella.
Chissà, forse è anche per l’amore di Dante verso San Francesco che il Da Porto ambienta parte della storia nel convento omonimo…
Ma a Verona, in quel particolare periodo storico, non c’era solo Dante:
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INTERVISTA PIGHI 2) “In questi 10 anni, dal 1310 al 1320, la grande intellighenzia scacciata da Firenze si travasa a Verona e Verona apre le porte”.
In mezzo a questo fiume di intellettuali ed artisti provenienti da tante parti d’Italia, spesso ospite in questa casa del grande amico Guglielmo Guarienti Da Pastrengo, c’era pure Francesco Petrarca.
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INTERVISTA PIGHI 3) “Petrarca viene qui perché c’è un tessuto sociale già pronto ad accoglierlo”.
Studiando i codici antichi della Biblioteca Capitolare di Verona, Petrarca scoprì le lettere di Cicerone ed un’egloga di Virgilio.
(INTERVISTA PIAZZI) “La Biblioteca di Milano, non parliamo della Vaticana: sono biblioteche grandiose, però i testi più antichi li troviamo qui. Noi abbiamo il primo testo in assoluto dell’Eneide di Virgilio e il ‘Gaius rescriptus’: al mondo tutto quello che sappiamo sul diritto romano privato, lo dobbiamo a questo testo della Biblioteca Capitolare.”
In questi luoghi, così ricchi di storia ininterrotta, Petrarca poté scoprire la classicità e dare il via all’Umanesimo… Dante e Petrarca dunque: due dei tre grandi che in un sol colpo crearono la lingua e la letteratura italiana.
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INTERVISTA PIGHI 4) “La maledizione della lingua italiana è che nasce già perfetta: come scrivere poesie dopo Petrarca, come scrivere una novella dopo Boccaccio? Dunque questi sono dei blocchi che cadono sullo sviluppo di una cultura (naturalmente a livello letterario): per superarli ci vuole uno sforzo enorme, un cambiamento anche di società, mentalità, … allora arriviamo ad Ariosto, Boiardo, Tasso,…”.
Bisognerà dunque arrivare, guarda caso, al 1500, al secolo del Da Porto.
Sembra inevitabile a questo punto fare un parallelo fra la Venezia del 1500 e la Verona del primo 1300: stesso fermento culturale, stessa eccitazione per il nuovo.
Emerge la vitalità di una regione che è sempre stata luogo di passaggio e di scambio: il Veneto, terra carica di suggestioni, finestra sul magico Oriente, crocevia di artisti da tutta Europa. Il Veneto, dove Shakespeare ambienta ben cinque delle sue opere (oltre “Romeo e Giulietta”
, “Il mercante di Venezia”, l’ “Otello”, “I due gentiluomini di Verona” e “La bisbetica domata”). E allora torniamo a lui, al genio inglese che rese immortale la storia italiana di Giulietta e Romeo.
Quando scrive il suo “Romeo and Juliet”, i nomi e i luoghi del racconto si erano fissati ormai da tempo, nessuno aveva più osato metterli in discussione. Lo stesso Arthur Brooke – la fonte più diretta del drammaturgo – afferma che la storia che lui riscrive nel suo poema era già stata più volte rappresentata sulle scene londinesi. D’altra parte, abbiamo visto il successo che la storia incontrò già in Italia e in Francia.
Con l’opera perfetta di Shakespeare nomi e luoghi si rafforzano ulteriormente, come Mantova e Villafranca (letteralmente “freetown” in italiano), paese dove colloca il tribunale scaligero.
Potremmo vederla così:
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INTERVISTA ANTONINI) “Non c’era una signoria locale, l’amministrazione di Villafranca dipendeva direttamente dagli Scaligeri, quindi è possibile che un rappresentante degli Scaligeri fosse a Villafranca.”
Quello che è certo è l’importante ruolo militare della zona:
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INTERVISTA PASSARELLI) “Il castello di Villafranca era cruciale al tempo degli Scaligeri. Io credo che fosse il castello più armato e aggiornato, tant’è vero che venne incluso nel sistema difensivo del Serraglio.”
Il serraglio. Una muraglia che si suppone fosse lunga addirittura sedici chilometri.
Il castello fu particolarmente strategico nel 1200 proprio per fronteggiare i tentativi di rientrare a Verona da parte dei conti di Sambonifacio, alleati dei mantovani. Questo ruolo chiave lo mantenne nei secoli.
Se dunque Villafranca è stata immortalata in un’opera ambientata a Verona non c’è da stupirsi. Ancora meno se pensiamo che fra i testimoni dell’atto di fondazione di questa cittadina compare un Giovanni Montecchio, forse il capostipite della casata. Un’altra singolare coincidenza.
Oltre a Mantova e Villafranca, nella tragedia shakespeariana torna l’epoca scaligera: in «Escalus» – così il drammaturgo inglese chiama il principe di Verona – c’è l’eco del cognome Della Scala. È citata anche una chiesa di San Pietro come luogo dove si sarebbero dovute celebrare le nozze col conte Paride – e una chiesa di San Pietro era appunto qui: sul colle omonimo. Qualcuno ha anche voluto vedere in Mercuzio il tipico matto veronese del proverbio sui veneti; in realtà il personaggio appartiene alla tradizione, tutta inglese, del “fool”: spesso identificato nel giullare di corte, il matto che straparla sparando barlumi di verità. Pertanto anche in questo caso si tratta, semmai, di coincidenza…
Per gli inglesi puritani del tempo elisabettiano, poi, l’Italia in generale ed il Veneto in particolare, erano luoghi fulgidi e oscuri, corrotti e raffinati insieme: fonti di stimoli culturali irresisitibili e di trame perfette per il teatro. Shakespeare attinse molte delle sue storie dalle novelle del Bandello. L’aura romantica di città antiche e stratificate come Verona cantata da artisti posteriori come John Ruskin e Goethe doveva essere più viva che mai nel 1500. Ecco perché Verona compare nella prima frase della tragedia, associata in eterno all’aggettivo ‘fair’, ecco perché ‘non c’è mondo fuori delle sue mura’, come esclama Romeo disperato prima di fuggire a Mantova. Ecco perché il padre di Romeo promette di innalzare una statua in memoria di Giulietta. Un statua tutta d’oro affinché la sua memoria duri, tanto quanto – parole profetiche – ‘durerà la memoria di Verona’.
Se il drammaturgo evidenzia l’ambientazione veronese è quindi per una serie di ragioni profonde radicate nella storia veronese e veneta del 1200, 1300 e del 1500, ragioni condensate nell’animo di un giovane scrittore vicentino implicato nella storia cruciale di quegli anni tormentati; un giovane descritto come bellissimo e coraggioso che alla città scaligera guardava forse come ad un ideale perduto, l’ideale della propria baldanzosa giovinezza stroncata, l’ideale di quei valori di onore e coraggio che non aveva potuto mettere alla prova fino in fondo, magari combattendo proprio a Verona e per Verona, il più prezioso dei gioielli veneziani. Verona scaligera e Da Porto soldato fallito, sogni di gloria e di libertà spezzati.
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INTERVISTA VARANINI 2)” Cangrande è attento al consenso del popolo, ma soprattutto è un grande combattente: valori militari, cavalleria, magnanimità, lui che fa curare il nemico Conte di San Bonifacio dopo la battaglia…”
Dunque una delle migliori opere del genio inglese non poteva che ambientarsi qui: nella Verona dove Dante poté completare la sua opera immortale e discutere su questioni cruciali del pensiero filosofico in cambiamento, nella Verona dove nel 1300 c’era ampio spazio e terreno fertile per le menti più luminose del tempo.
Con la terzina del canto più significativo dal punto di vista del suo pensiero politico, Dante crea il malinteso – sempre che malinteso sia –, il da Porto ci casca volentieri – in fondo lui i Cappelletti di Verona da qualche parte dice di averli letti. Entrambi pagano così un debito verso la città scaligera: Dante ringrazia il principe Cangrande in un modo che non ha prezzo, alimentando un mito destinato a durare nei secoli con i suoi versi inconfutabili che ci faranno immaginare per sempre i Montecchi e i Capuleti afflitti davanti ai corpi dei loro unici figli; Luigi Da Porto paga simbolicamente il debito di Venezia verso Verona creando la materia grezza per le mani del demiurgo inglese: Venezia distrugge la memoria storica della città che osò sfidarla e Da Porto inventa una nuova memoria storica che in una volta, esalta il passato scaligero – rappresentato dalla nobile figura di Bartolomeo – e gli ideali cavallereschi dell’onore e dell’amore che ha il potere di elevare gli spiriti – rappresentati dai fedeli amanti.
Perciò, poco importa se non ci sono prove dell’effettiva esistenza di Giulietta Cappelletti e di Romeo Montecchi. Poco importa perché un’opera grande nasce sempre da qualcosa di profondo, qualcosa che si è costruito nel tempo, e profonde sono le radici della storia di Giulietta e Romeo: affondano tra le migliaia di pietre che hanno smontato e rimontato una città «segnata dalle stelle».
Poco importa perché in fondo, come ci suggerisce lo stesso Shakespeare: che cos’è un nome? Romeo potrebbe essere lui: un qualunque ragazzo reso nobile dall’amore; l’amore di Giulietta e Romeo è l’archetipo dell’amore giovanile: amore forte e puro, tanto più forte e puro quanto più intorno è calcolo e volgarità. Giulietta e Romeo sono il simbolo di un amore portatore di nobili ideali: Romeo si dichiara debole ed effeminato a causa dei suoi sentimenti per Giulietta e chiama “fratello” il Capuleti Tebaldo che lo provoca: uno spirito francescano sembra pervaderlo. E questo spirito di pace si fa rivoluzionario nel suo contrapporsi all’incapacità di ascolto degli adulti.
Poteva dunque essere un mito universale, disciolto per il mondo. Ma ormai era tardi: le basi, solide come pietre romane, erano state poste nel lontano 1500, nel 1800 il Romanticismo e la bellezza antica di Verona si vengono incontro e la Tomba diventa meta obbligata per ogni visitatore. Nel 1900 non c’è più nulla da fare: Antonio Avena trasforma lo ‘Stallo del Cappello’ in una perfetta residenza nobiliare medievale. Il cinema è pronto per ricevere il mito e, col cinema, il mito arriva in ogni angolo del mondo.
Ormai è tardi: il mito è universale, è di tutti, ma per viverlo bisogna venire qui: sognare sotto il balcone l’impossibile saluto dei due giovani amanti, entrare in punta dei piedi nella cripta per meditare su un sarcofago disadorno… meditare e piangere silenziosamente, ancora una volta, un’ennesima volta… davanti alla memoria di Giulietta e del suo Romeo………
E adesso basta: lasciamoli in pace.
FINE

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